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cosimo de matteis

cosimo de matteis

un semplice blog, eterogeneo come è normale che sia. Con una principale attenzione: dire la verità.

La morte di Mirella Poggialini

Come forse i "miei lettori" si son accorti questo blog -come anche altri siti che curo-  è un po' silente, langue, è in "stand by" si direbbe. Ripeto, quel centinaio -poco piu poco meno- di persone non ne faranno un dramma. Eppoi il silenzio non fa mai male.

Però ho appreso della morte del critico televisivo Mirella Poggialini (mentre scrivo si stanno svolgendo i suoi funerali a Carpi, presso la antica Pieve della Sagra in piazza Re Astolfo) e riporto l'articolo che Gigio Rancilio gli ha dedicato su "Avvenire", una delle testate per le quali la Poggialini ha scritto. (http://www.avvenire.it/Spettacoli/Pagine/ricordo-poggialini-mirella.aspx )

 

Ne abbiamo parlato tante volte - perfino scherzandoci su - ma ora che è reale la mano fa fatica a muoversi sulla tastiera. «Mi raccomando, quando scriverai della mia morte, non perderti in buonismi inutili o in giri di parole» mi ripeteva. Mirella Poggialini era così: diretta, acuta e allergica ai teatrini.

Non amava chi sprecava le parole, soprattutto non amava chi le tradiva. «Ricordati che sono toscana» diceva quasi a giustificare le sue scelte. Ci provo, Mirella. Il primo problema che ho è come raccontare la vita dura che hai avuto senza mancare di rispetto alla tua intimità. Facciamo così, metto la cosa per un attimo da parte, e intanto racconto chi eri professionalmente.

Per me, che ti ho voluto bene come un figlio e sono stato per oltre un decennio il tuo «capo» - come ti piaceva chiamarmi - sei stata innanzitutto la migliore critica televisiva italiana. Lo sanno bene i lettori di Avvenire che hanno apprezzato per decenni la tua rubrica L'Indice e lo sanno quelli di Sorrisi e Canzoni Tv, che ti hanno letto per anni, da quando ti chiamò a collaborare al settimanale televisivo per eccellenza, l'allora direttore Massimo Donelli. Sai Mirella, a un certo mondo della tv, per anni, hai fatto paura. Perché eri libera, scrivevi quello che pensavi e non cercavi di compiacerli.

I più intelligenti ti stimavano proprio per questo (anche il Maurizio Costanzo dei tempi d'oro, col quale spesso hai fatto scintille) gli altri invece non si capacitavano che tu non cercassi qualche tornaconto o il successo. Non ti conoscevano.

Ti vedevano come una signora catapultata «per caso» nel mondo della tv e non sapevano che i tuoi studi d'arte, il tuo infinito amore per il cinema (per anni sei stata un valente critico e un sostegno del San Fedele di Milano) e i tuoi anni di assistente universitaria ti avevano regalato un bagaglio prezioso, utile per radiografare in profondità tanti programmi tv molto diversi. Dall'alba a notte fonda vivevi con la tv accessa. Anzi, con più tv accese sintonizzate su programmi diversi. Con la tecnologia litigavi spesso, ma non ti arrendevi. Ogni novità che potesse aiutarti a fare meglio il tuo lavoro doveva diventare tua. Perché per te, la televisione - tutta, dai programmi più insulsi a quelli piu impegnativi - era lavoro.

E il tuo lavoro era per te una missione. Quando ti chiedevo come facevi a non rischiare l'overdose, rispondevi sorridendo: «Sono un soldatino». Poi aggiungevi: «scrivilo, quando firmerai il mio necrologio». Io cercavo di buttarla sul ridere: «Guarda che scriverò anche che alla tua età facevi collezione di peluche». «Anche di tartarughe, come Costanzo» rispondevi ridendo. «L'importante è non soffocare mai del tutto il bambino che c'è in noi». Leggendoti sul giornale, ascoltandoti a Radio InBlu o vedendoti a Tv2000 (ne Il Grande Talk, prima al fianco di Massimo Bernardini e poi con Alessandro Zaccuri, e infine come critico puntuale) nessuno avrebbe mai immaginato che facevi tutto questo con addosso un carico di sofferenza e di problemi fisici che avrebbero tolto il fiato e l'energia ai più. Dalla tua nascita avevi subito un numero di operazioni così alto da essere legittimata a credere che la vita ce l'avesse con te.

Quando ti dissero che avevi un tumore in stadio avanzato e che dovevi prepararti al peggio, regalasti una parte molto importante della tua sterminata biblioteca. Ma subito dopo chiedesti al direttore di allora di poterne scrivere, sotto mentite spoglie. Tu cronista e critico fino in fondo, volevi raccontare cosa si prova a vivere sulla propria pelle una notizia così forte. Vivevi il dolore, la malattia e l'avvicinarsi della fine con una dignità che ti ho sempre invidiato. L'ultima volta che ci siamo visti eri nell'ennesimo letto di ospedale. La stanza era caldissima ma tu avevi addosso un bel numero di coperte e uno scialle. Eri sciupata. Ancora più magra di quanto le precedenti malattie ti avessero già scavato. Per superare il dolore e il disagio, ho tentato qualche battuta. Ad alcune hai risposto a tono, altre sono volate vie come bolle di sapone.

Eri consumata dal dolore per l'ennesima operazione. «Non vedo l'ora di andare dal Signore. Speriamo mi voglia». Mi sono guardato intorno. Per la prima volta da decenni, la tv che avevi davanti era spenta. Ho buttato là: Mirella, stasera debutta un programma tv importante. Quando mi hai risposto «Non mi interessa più», ho capito che il soldatino voleva andare in congedo. Per sempre. Mi mancherai. Ci mancherai. Ai colleghi, ai lettori, ai telespettatori e al mondo della TV. Non immagini quanto.

La morte di Mirella Poggialini

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